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Anche oggi la giornata è trascorsa sulle strade rosse della savana, di villaggio in villaggio, seguendo i pozzi d’acqua donati, verificando il buon funzionamento degli stessi, andando a rafforzare il nostro rapporto di amicizia con la popolazione. Per chi viene a vivere di persona questa esperienza, anche visitare cento villaggi, partecipare a cento cerimonie, ascoltare cento discorsi, non sarà mai un’esperienza ripetitiva. Perché ogni qualvolta il nostro mezzo di trasporto si avvicina ad un villaggio, ogni volta che i piedi toccano la terra rossa della savana, si viene investiti da una potente onda emozionale, carica di aspettative ma anche di curiosità, che parte da tutti quei bambini, da quelle donne e quegli uomini, dagli anziani dalle schiene ricurve, consumati dal sole e dalla fatica, appoggiati ad un bastone, che sono lì per te, ad aspettarti.
Siamo arrivati in Burkina Faso il 27 gennaio sera dopo un viaggio di circa ventiquattro ore. Da quel momento c’è un buco nel racconto, dovuto a problemi doganali che ci hanno bloccati a Ouaga più del previsto assorbendo molto del nostro tempo. Cercherò di recuperare, se riesco, nei prossimi giorni. Il 29 gennaio, nel tardo pomeriggio, ci siamo trasferiti a Koupela e finalmente abbiamo iniziato a sviluppare il programma prefissatoci. La giornata odierna è stata intensa e densa di avvenimenti. Per questo la pagina di diario sarà un po’ lunga ma anche perché finalmente riesco a dedicarmi a mettere nero su bianco quelli che un domani rappresenteranno per me un patrimonio di ricordi. Partiamo intorno alle nove per andare ad inaugurare l’undicesimo pozzo del Gruppo Albert (quest’anno ne inaugureremo due), nel villaggio di Silmiougou, quartiere di Kandaogatenga. Lasciata la strada principale, ci inoltriamo nella savana, direzione sud – ovest, per molti chilometri, su strade di terra rossa sempre più strette, sempre meno tracciate, tra maestosi baobab, in questa stagione senza foglie ma, alcuni, ancora con i grossi frutti penzolanti dai rami ed enormi nidi di uccelli sui rami più alti della chioma; tra alberi sempreverdi ed arbusti intorno ai quali pascolano tranquillamente bufali, caprette, asini, in apparenza liberi. Arriviamo al villaggio dopo più di un’ora e mezzo di cammino e un giro largo per evitare il greto di un fiume in secca, inattraversabile col pulmino. Ci accoglie la popolazione festosa sotto l’ombra di un grande baobab. Le donne ballano e cantano al ritmo di percussioni frenetiche; i bambini più piccoli ci guardano con sospetto se non con manifesta paura e pianti per non aver mai visto un bianco; gli anziani del villaggio sono già seduti in nostra attesa.
Dopo decine di strette di mano in cui ripeto in continuazione una delle poche frasi in Moore che conosco, “Lafi beheme”, che significa “c’è la pace o salute in te”, e dopo il rituale dell’acqua dell’amicizia, iniziano i discorsi ufficiali da parte dei rappresentanti più importanti del villaggio. Una frase, debitamente tradotta dalla nostra guida Paul, mi colpisce particolarmente: “Sappiamo che voi italiani”, sottolinea proprio la nostra nazionalità, “non siete qui in Burkina Faso per interessi personali ma solo per aiutarci davvero”! E continua con ulteriori esempi di altre associazioni italiane che curano le persone malate, che donano scuole, addirittura parla di donazioni di carrozzine per disabili. Un vero discorso politico pronunciato nella savana profonda, dove non c’è acqua nè corrente elettrica nè strade nè infrastrutture…Siamo di fronte agli effetti della “cura Traorè”? Dopo i discorsi, portano i doni per noi, vestendo letteralmente tutto il gruppo con abiti tradizionali, per la prima volta diversi da quelli donatici in passato e a Salvio e a me donano anche una picozza da portare in spalla a mo’ di scettro. Poi tocca a Salvio parlare. All’interno del Gruppo Albert è stato lui a donare il pozzo. Pronuncia il discorso in Moore, preparato ieri sera fino a notte fonda insieme alla paziente suor Elodie che si è prestata a tradurglielo. È un bel discorso che mi piace riportare per intero: ” Il mio nome è Salvatore. Questo pozzo è un regalo per voi ed è dedicato a due persone importanti. La prima è mia madre. Lei non conosceva il Burkina Faso, per lei tutti i paesi africani erano semplicemente AFRICA. Se vi avesse conosciuti, vi avrebbe donato il mare. Se vi avesse conosciuti, sarebbe contentissima di questo pozzo. Credo che passerà spesso su quel pezzo di cielo qui sopra e passerà del tempo accanto a voi e al vostro pozzo.
Non volevo che restasse sola in un posto che non conosce. Questo pozzo è dedicato anche a una persona speciale, che è stata molto buona con me e non ho fatto in tempo a dirle “grazie”. Spero che con questo piccolo gesto mi perdoni. Quando berrete quest’acqua, per una volta, una volta sola, guardate in alto e dite loro un semplice “grazie”, arricchiranno quest’acqua con una loro lacrima “. Il riferimento è alla mamma di Marina che, nella successiva traduzione in italiano, viene colta alla sprovvista da questa sorpresa che abbiamo custodito per mesi e, inevitabilmente, si commuove. Sulla targa che poi andremo ad affiggere sul muretto del pozzo campeggiano i nomi della madre di Salvio, Maria Sessa, e di mia suocera, Jacklin Sechi. Seguono ulteriori scambi di doni: noi doniamo loro un sacco di riso da 25 kg e un bidone d’olio di cinque litri; loro donano a noi otto polli, uno per ogni componente del gruppo, che se ne resteranno poi tristemente nel baule del pulmino fino al nostro ritorno. Prima di lasciare il villaggio, dopo tante foto ricordo, arriva il momento piu bello per le decine e decine di bambini ma anche per gli adulti, che non disdegnano: la distribuzione dei bon bon. Ci salutiamo con la promessa di ritrovarci l’anno prossimo e imbocchiamo la strada per raggiungere un altro pozzo a noi caro, quello che abbiamo battezzato ormai il “pozzo dei padri” (il mio e quello di Salvio). L’anno scorso non funzionava bene, gli abitanti facevano fatica a pompare fuori l’acqua con la leva meccanica tradizionale. Ma non si sono persi d’animo, hanno chiesto consiglio e comprato quattro pannelli fotovoltaici, rigorosamente cinesi, che generano l’energia sufficiente ad attivare una pompa di aspirazione elettrica nel corso della giornata. E funziona!
Al nostro arrivo ritroviamo con piacere il più anziano del villaggio. Cammina ancora più a fatica con le stampelle ma non perde il suo sorriso e i suoi occhi luccicanti. Per me è diventato un po’ il custode di questo “tempio d’amore”. Ha ancora una stretta di mano energica. Ci raccogliamo all’ombra di un albero, come al solito, per scambiarci saluti, discorsi e doni. Ma qui sono molto poveri e hanno poche sedie, sulle quali siedono le nostre signore, che godono della tenerezza di meravigliosi neonati che le giovani madri burkinabé non esitano a mettere loro tra le braccia. Il “custode” allora, pur anziano e claudicante, si accomoda sopra un mattone. Ce ne sono diversi sul terreno lì intorno. Mi viene spontaneo prenderne un altro e sedermi accanto a lui. Gli stringo ancora la mano, gli appoggio la mia sulla spalla in un moto di affetto che stento a contenere. Quando lasciamo il villaggio, lascio apposta per lui l’ultimo saluto e mi auguro di ritrovarlo ancora un altr’anno. Ma c’è ancora tanta strada da fare e ci incamminiamo verso un altro pozzo donato dal nostro gruppo ad un villaggio altrettanto povero, di ex nomadi, la popolazione Peullh, che parla un dialetto diverso dal “Moore”: il Fulfuldè. Posso citare, a mo’ di curiosità, solo una differenza linguistica: la parola “grazie” non si traduce “barka” (moore) ma, curiosamente “fofofò”. Prima di arrivare, tuttavia, troviamo sulla stretta sterrata un albero che ha deciso di protendere un ramo verso la strada, che finirebbe per danneggiare il punto più alto del pulmino. Ci pensa il nostro superman, tuttologo, Dario. Non solo se ne intende proprio di tutto, e dico sul serio: dall’informatica, alla meccanica, all’idraulica, all’impiantistica elettrica, ecc; insomma una versione giovane del nostro maestro Pasquale; ma ha anche notevoli doti atletiche. Si arrampica con agilità sull’albero, raggiunge il ramo in questione e lo sposta, permettendo al pulmino di passare. Dopo aver apposto la targa nuova anche al terzo pozzo, decidiamo di puntare verso Koupela. Il caldo è insopportabile, 37°C, e dobbiamo tenere i finestrini chiusi e la mascherina sul viso per non inalare la troppa polvere rossa che si alza sotto le ruote del pulmino. Però, prima di tornare all’Oasi, decidiamo di fermarci nel quartiere più povero di Koupela: Tambelà. Lì vivono Philippe ed Eugenie, una coppia di non vedenti, in assoluta povertà, che suor Caterina ci fece conoscere alcuni anni fa. Da allora non li abbiamo più abbandonati. Per arrivare nella loro casupola, un’unica stanza di circa quattro metri per quattro, con tetto e porte di lamiera, non è facile. Qui i terreni non sono lottizzati e ognuno che arriva, può costruire dove vuole. Risultato: il caos. Dedali di viuzze irregolari, a volte cieche, a volte bloccate da un albero o un masso. Immondizia dappertutto e rivoli di liquami provenienti dalle abitazioni, prive di fogne, di elettricità, di ogni minima conquista della civiltà umana… Il pulmino non può passare in quelle viuzze. Lo lasciamo in uno slargo e proseguiamo a piedi. Dario, generoso e instancabile, porta a spalla un sacco di riso che doneremo loro. Aldo, la tanica d’olio da cinque litri. Doniamo sempre riso e olio alle famiglie in difficoltà: qui sono beni di lusso, che quasi nessuno può permettersi. Troviamo la coppia nel cortiletto della loro baracca: Eugenie, seduta su uno scrannetto di legno, intreccia fili di plastica di colori diversi con la tecnica macramet, creando borse variopinte, che vende per ricavare qualche soldino. È incredibile come questa donna, divenuta cieca da ragazza a seguito di una meningite, riesca a lavorare senza sbagliare mai la trama dei colori. Philippe, invece, cieco dalla nascita, è in piedi, accanto ad un mucchio di pietre e calcinacci. Chissà da dove provengono, chissà cosa deve farne… La porta in lamiera della casupola è aperta: dentro si intravedono tante cianfrusaglie, sacchi impolverati, qualche pentola in latta, che affollano lo spazio già angusto e buio. Mi chiedo dove riusciranno a srotolare le loro stuoie per riposare durante la notte… Ci salutano con educazione e ci ringraziano con deferenza per i doni portati. Questa cosa mi fa male al cuore: siamo noi che dovremmo chiedergli perdono per i secoli, se non millenni, di colonizzazione di questo continente, che ancora oggi saccheggiamo e sfruttiamo per le nostre vite comode e agiate, lasciando loro solo le briciole… I primi anni che venivamo a trovare questa coppia, scattavamo qualche foto insieme a loro, nella loro umile dimora. Da tempo non lo facciamo più, per pudore, in segno di rispetto.
Oggi, 30 luglio 2025, nella Giornata Mondiale dell’Amicizia, vogliamo raccontarvi una storia che lega Italia e Burkina Faso. A raccontarla è Rossana, missionaria italiana che si è recata in Africa più volte, dove ha conosciuto Landryne, studentessa della Maison Yougbarée.
Un messaggio dal cuore della missione: a scrivere è il nostro presidente, Francesco De Maria, direttamente dal cantiere della Cittadella Martin a Saaba, in Burkina Faso, dove mancano pochi giorni alla conclusione di questa intensa esperienza.
E’ il nostro ultimo giorno di questo viaggio missionario in Burkina Faso. Scorrono davanti ai miei occhi tutti i luoghi attraverso cui abbiamo viaggiato, in cui abbiamo sostato, così diversi dalle nostre terre natie; rivivo i sentimenti provati, i dialoghi, i momenti vissuti in queste due settimane. Mi sento emozionato ed in pace allo stesso tempo. Mi soffermo su ogni componente di questo nostro gruppo di viaggio: ognuno di essi, a partire da mia moglie, è stato per me semplicemente fantastico.
Ciao, papà, come stai? E come sta il papà di Salvio? Hai visto, alla fine ce l’abbiamo fatta anche quest’anno a venirvi a trovare. Non avremmo saltato questa tappa per nessun motivo al mondo. Questa mattinata è stata un po’ dura: abbiamo viaggiato e guidato per molte ore nella savana su strade sterrate, difficili, per raggiungere il villaggio del secondo pozzo donato dal Gruppo Albert in questo viaggio missionario e andare a controllare il funzionamento di un altro, donato l’anno scorso, in un altro villaggio.
Questa mattina sveglia presto: messa alle 7:00 . Oggi è l’ultima colazione con Agnese, Giovanna e I due ragazzi, Giovanni ed Antonio, che tra poco ripartiranno con padre Jan per tornare a Ouaga e di lì in Italia. Immancabili le ultime foto di gruppo, ripetuti abbracci e qualche lacrima sincera di chi proprio non riesce a trattenere l’emozione.
Questa mattina siamo partiti da Koupela in direzione nord ovest per raggiungere il villaggio di Wimbesin (si legge “wibsè”) a cui il Gruppo Albert ha donato il suo nono pozzo alla popolazione locale.
Abbiamo veramente capito di essere a Ouaga quando ci siamo affacciati sulla scaletta dell’aereo: l’aria caldo-umida che ben conosciamo ci ha investiti in pieno, dandoci il benvenuto in terra d’Africa. Paul, la nostra guida, ci aspettava all’uscita dell’aeroporto.
Vincenzo è tra i primi missionari dell’associazione a raggiungere il Togo. E secondo noi non è un caso che le porte del Togo si aprono ai viaggi missionari con la presenza di un medico.