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“È una medicina per loro l’acqua preziosa del pozzo donato”
1 febbraio 2026
Anche oggi la giornata è trascorsa sulle strade rosse della savana, di villaggio in villaggio, seguendo i pozzi d’acqua donati, verificando il buon funzionamento degli stessi, andando a rafforzare il nostro rapporto di amicizia con la popolazione. Per chi viene a vivere di persona questa esperienza, anche visitare cento villaggi, partecipare a cento cerimonie, ascoltare cento discorsi, non sarà mai un’esperienza ripetitiva. Perché ogni qualvolta il nostro mezzo di trasporto si avvicina ad un villaggio, ogni volta che i piedi toccano la terra rossa della savana, si viene investiti da una potente onda emozionale, carica di aspettative ma anche di curiosità, che parte da tutti quei bambini, da quelle donne e quegli uomini, dagli anziani dalle schiene ricurve, consumati dal sole e dalla fatica, appoggiati ad un bastone, che sono lì per te, ad aspettarti.
E allora il cuore batte forte sempre, ogni volta; la tenerezza per quei bambini meravigliosi ti travolge, le strette di mano sincere e i sorrisi puliti ti conquistano, la semplicità del loro modo di essere al mondo ti disarma… È una medicina per loro l’acqua preziosa del pozzo donato: allontana la morte degli infanti, lenisce la sete ma anche la fame perché, laddove fino a quando il pozzo non c’era, c’era la terra dura e avida d’acqua in attesa delle piogge monsoniche dell’estate di là da venire; con i pozzi realizzati, invece, oggi troviamo appezzamenti di terreno verdi, ben coltivati e carichi di ortaggi. È una medicina per noi, che ogni volta finiamo per dimenticare chi siamo nella nostra parte di mondo e torniamo ad essere donne e uomini più veri, più in ascolto dei bisogni del nostro prossimo. E non si può proprio immaginare quanto ciò faccia bene all’anima, quanto possa guarire dalle nostre inutili sovrastrutture.
E anche i piccoli dettagli cambiano. Laddove non c’era il pozzo o il pozzo era stato appena realizzato, la popolazione del villaggio ci ricambiava con abiti tipici e polli da sacrificare per il nostro nutrimento. In questi giorni, invece, con loro orgoglio e nostra grande soddisfazione, ci stanno donando anche i prodotti della loro terra, verze, pomodori, peperoni, cipolle, che mai senza l’acqua avrebbero potuto regalarci.


I paesaggi: possono sembrare sempre uguali in questo Paese dove le montagne non esistono a perdita d’occhio; dove il rosso della terra è il colore predominante; dove, in questa stagione, i campi sono riarsi ormai da mesi e i solchi dei torrenti in secca appaiono come squarci profondi inferti al suolo da giganteschi coltelli. Eppure l’occhio non si stanca mai di vagare perché ad ogni metro si scorge qualcosa o qualcuno che colpisce: grandi pipistrelli che dormono appesi tra i rami di alberi fronduti; un piccolo barrage (una diga), dove ancora resiste un po’ d’acqua delle piogge alluvionali della precedente estate, a cui si abbevera una mandria mentre un coccodrillo minaccioso aspetta paziente una preda distratta… Bambini, piccoli, che da soli portano al pascolo nella savana grandi bufali; oppure guidano carretti trainati da un asinello, trasportando merci o pesanti bidoni d’acqua da o per i villaggi; oppure asinelli che sembrano trascinare carretti vuoti lungo le strade polverose salvo poi scoprire che sul fondo del carretto c’è una ragazza che dorme sotto il sole e si affida al suo animale per tornare a casa…

E poi le cose che non vorremmo mai vedere: anche oggi, purtroppo, lungo la strada, tanti militari, tanti posti di blocco, tanti controlli. Educati ma concreti. In uno di questi non sono bastati i passaporti, l’occhiata severa del militare dentro l’abitacolo, la lettura di una delle targhe nuove dei pozzi donati, che via via stiamo sostituendo a quelle invecchiate e arrugginite. In uno di questi, dicevo, hanno anche voluto che aprissimo il bagagliaio del pulmino per assicurarsi che non trasportassimo armi. Per nostra fortuna hanno trovato solo due polli con le zampe legate. Noi, invece, in un tratto di strada, abbiamo trovato delle profonde trincee, scavate lungo un vasto perimetro a difesa di un grosso deposito di gas. E bandiere russe accanto alle bandiere burkinabé nelle rotonde. Ma questa è già storia dell’anno scorso.


Salvatore Guerriero
