LA VITA IN BURKINA FASO

Al di fuori delle città, dove esistono l'amministrazione statale, il settore terziario, i commercianti e, in fondo, quasi tutte le categorie del mondo civilizzato, la vita dei villaggi si basa su di una agricoltura di sopravvivenza , praticata nel breve volgere della stagione delle piogge, da giugno ad ottobre, con l'obiettivo di produrre miglio e qualche altro cereale da immagazzinare nei tipici granai di paglia per il sostentamento della famiglia nel corso dell'anno.

Si pratica un allevamento di polli o capre o vacche nella misura in cui è disponibile un po' di foraggio ed una piccola pesca negli stagni dove si conserva l'acqua per tutto il periodo di siccità (da ottobre a giugno senza possibilità di piogge intermedie).

L'acqua di questi stagni è anche quella che si beve (al massimo filtrata da un sottile diaframma di terreno superficiale che si ottiene scavando a mano un pozzo a poca distanza dallo stagno), con tutto il suo contenuto di micro e marco-organismi, e che viene usata per ogni necessità.

 

 

Le caratteristiche igieniche di quest'acqua sono talmente terribili che l'acqua stessa è il veicolo principale attraverso il quale si contraggono la dissenteria, il tifo e molte spaventose parassitosi che seminano la morte e le sofferenze più crudeli, soprattutto fra i bambini.

Le famiglie vivono nelle classiche capanne di fango col tetto di paglia, a pianta circolare o rettangolare con niente altro che qualche utensile e un giaciglio di foglie. Le donne svolgono un durissimo lavoro: vanno a prendere l'acqua anche a grandi distanze, a far legna da ardere, macinano il miglio con due pietre ed impastano la farina ottenuta per formar il “ tot” , una specie di polentina che è il piatto base della dieta burkinabé: inutile dire che si mangia, se va bene, una volta al giorno .

In caso di mancato o parziale raccolto, di più acuta siccità, nonostante la solidarietà totale all'interno del villaggio, sono la fame, la sete, le malattie da denutrizione e le infezioni a ridurre il numero delle bocche da sfamare ripristinando un crudele equilibrio fra la vita ed i fattori che la limitano.

Ciò nondimeno, è presente ovunque la consapevolezza, grazie anche all'azione capillare delle organizzazioni religiose indigene, che esiste una soluzione per tanti dei gravissimi problemi che questa gente patisce: moltissime malattie facilmente curabili, denutrizione, siccità, … È questa consapevolezza crea una speranza là dove c'era solo rassegnazione, ma anche l'angoscia di chi non può facilmente disporre di ciò che può salvare la vita sua o del suo bambino.

Quest'angoscia spinge all' inurbamento di molti disperati e provoca un afflusso consistente verso i dispensari (strutture sanitarie con qualche medicinale ma senza un medico) e le missioni dove, nei limiti del possibile, tanta gente viene salvata.

Nei villaggi si ricorre allo stregone per qualche cura e soprattutto per pratiche di giustizia, spesso basate su riti esoterici, con il risultato di allontanare dal villaggio il colpevole. Un simile ostracismo equivale ad una condanna a morte, soprattutto se si tratta di donne accusate di stregoneria, di ragazze madri o di altre categorie di reietti. Con tutto ciò le persone che si incontrano, specialmente i bambini, appaiono, spesso, cordiali e sorridenti e questo contatto molto difficilmente lascia indifferenti.